L' archistar Ai Weiwei accusa: l' Occidente aiuta il regime cinese
PECHINO - «La Cina è un luogo dove non esiste libertà di espressione,
dove l' accesso alle informazioni è limitato dalla censura, dove non si
svolgono elezioni e dove la giustizia dipende dalla violenza del potere. Il
mondo deve capire cosa significa trasformare un luogo simile nella prima
potenza del pianeta». L' archistar dissidente Ai Weiwei, liberato ieri
notte dopo tre giorni ai domiciliari, non rinuncia ad attaccare le autorità
cinesi. Accusa però la comunità internazionale, dopo la crisi economica
del 2008, di aver «rinunciato a richiamare Pechino al rispetto dei valori
fondamentali per paura di perdere qualche affare».
Perché le viene
consentito di avanzare critiche che la Cina giudica illegali? «Perché
Internet è un' arma più potente del regime. Ormai tutti sanno tutto, anche
in Cina, e questa forza causerà il crollo della dittatura.E' la ragione
per cui tutti i leader del mondo devono porre a Pechino il problema della
violazione dei diritti umani».
Le pare che l' impegno internazionale sia
venuto meno? «L' atteggiamento globale fa pietà. Arrivano in Cina capi di
Stato e di governo e nessuno osa pronunciare in pubblico le parole
"diritti umani". Come possono essere così miopi? I grandi leader,
dopo il Nobel per la pace, non si arrischiano nemmeno a dire il nome Liu
Xiaobo. I figli dell' Occidente malediranno questo errore».
Pensa che il
regime cinese sia colpa dell' Occidente? «No, ma Usa ed Europa sono
responsabili della sua durata e della sua crescita. Governo e società
cinesi non sono efficienti come si dice. Istruzione, ambiente e diritti dei
lavoratori sono sacrificati da un sistema inumano. Si arricchiscono i
funzionari del partito e i loro amici-schiavi. Non durerà a lungo e l'
Occidente sarà il primo a pagare il crollo di questa Cina».
Venerdì l'
hanno arrestata, ma la sua festa-denuncia si è svolta lo stesso: perché?
«Domenica volevo festeggiare la demolizione forzata del mio atelier di
Shanghai, celebrare la vendetta del potere con gli amici. La polizia ha
preso me, ma non è riuscita a imprigionare altri seicento individui liberi.
Temevo per la loro incolumità, li ho invitati a stare a casa. Invece hanno
sentito la "festa dei granchi" come una responsabilità. Per il
governo è stato uno shock, è stato molto commovente».
Le sembra possibile
che la Cina scelga le riforme? «Non che le scelga, ma che il cambiamento ci
travolga. E' già in atto, davanti a noi, e cambiare è l' unica possibilità
per evitare un bagno di sangue».
Grazie alla sua fama, lei è sempre stato
libero: perché ha scelto lo scontro? «L' umanità ormai è globale. Se i
diritti fondamentali vengono cancellati dal denaro e la democrazia cede alla
dittatura, presto nessuno sarà più libero. La Cina è lo specchio che
riflette il futuro del mondo, non vederlo sarà una tragedia per tutti».
Non teme il carcere? «Non ho alternative. Potrei solo lasciare la Cina, ma
la mia terra è qui. Però se tutto il mondo alza la voce, mi sento più
tranquillo».
Andrà a Oslo, il 1º dicembre, per ritirare il Nobel per la
pace di Liu Xiaobo? «Sarebbe un onore, ma temo che se raggiungessi l'
Europa, il governo cinese non mi lascerebbe più tornare in patria. Spero
però che migliaia di persone, di tutto il mondo, si presentino a Oslo con
una maglietta con la scritta "Io sono Liu Xiaobo". Pechino non
potrà più fare finta di nulla, se la società civilizzata smetterà di
considerare la Cina una nazione civile».